A tu per tu con David “Daviù” Vecchiato

 

Intervista al fumettista, street artist e  musicista David “Daviù” Vecchiato, fondatore di MURo Museo di Urban Art di Roma, uno degli artisti presenti alla XXIIesima edizione di Romics

 

Quando ha deciso di dedicarsi alla Street Art, qual è stato il suo primo lavoro e come ha scelto il soggetto da rappresentare?

Nei primi anni 90, a vent'anni circa, attaccavo i poster dei miei disegni di notte per Roma: c'era disegnato il mio personaggio Kontrol con le spalle al muro, sul retro il muro sanguinante crivellato di colpi da arma da fuoco e sopra il logo "Katzyvari", che era la fanzine che, con un gruppo di amici autori e disegnatori, mandavamo all'epoca faticosamente e irresponsabilmente in edicola in tutta Italia. Ma "Street Art" non era un'etichetta diffusa, perciò io quella la ritenevo pubblicità subliminale, 'underground' e illegale, ma niente più. All'epoca poi la definizione "Street Art" si usava di rado, parlando magari delle locandine disegnate o realizzate a collage delle band punk o dei murales di Keith Haring. Ancora prima avevo dipinto cofani di automobili o muri privati, ma non essendo mai stato un writer alla conquista di vagoni o pareti da taggare per me anche quelli destinati alla strada erano dei dipinti come altri. Dipingere su auto, su carta, su tela o su un muro per me era la stessa cosa. Ho anche dipinto un peschereccio al "Pop Up!", che è stato uno dei primi festival di Urban Art in Italia, ma il primo murale che considero davvero "Street Art" è il lavoro del 2010 nel quartiere romano del Quadraro che ha dato inizio al progetto MURo, Museo di Urban Art di Roma. Ora che ci penso anche il poster "Feto On Feto Off" - di presa in giro alle posizioni della Chiesa sull'aborto - attaccato in varie copie attorno a San Pietro nel 2008 per la mostra "Caput Mundi Pop" della galleria Mondopop era un'opera di Street Art, ma è un'operazione un po' troppo illegale per star qui a rivangarla, c'era stampato anche il numero di cellulare privato del capo-ufficio stampa del Vaticano...

 

Può raccontarci come è nata l’esperienza di Kontrol, il fumetto autoprodotto che ha creato con altri autori underground?

Nel 1992 esce il primo numero di Katzyvari, un progetto folle di fanzine/rivista underground piena di fumetti turpi e articoli sconclusionati, e Kontrol era il personaggio principale delle mie storie. Premetto che non mi sono mai considerato un fumettista perché non lo faccio di professione, ma scrivere e disegnare fumetti è sempre stato un mio debole. Kontrol era un freak con la testa a forma di profilattico che parlava in dialetto pseudo-napoletano e girava il mondo combinando guai seri su un bus londinese rosso a due piani coi suoi amici ravers puzzolenti come lui: la grassona lesbica Lucy e il tossico dai dreadlock azzurri Ike. Tutti personaggi ispirati a persone che conoscevo davvero. Sono usciti appena 5 numeri di Katzyvari, ma furono abbastanza per passare poi a riviste egualmente deliranti ma più 'mainstream', come "Tank Girl magazine" che ho diretto fino al 1997, dove approdarono anche le storie di Kontrol. 

Poi dal 2006 arrivò l'epoca dei fumetti per "La Repubblica XL", mensile per cui ho creato i personaggi Macaco e Piteco, che sono in mostra a Romics assieme ai personaggi degli altri autori contenuti nel volume "XL Comics" della Panini che raccoglie quasi 500 pagine di quell'esperienza editoriale.

 

Quanto è importante la Street Art per trasmettere messaggi e conservare la memoria di un luogo?

Chi fa Arte può chiudersi nel suo studio e in se stesso ed esimersi così dal fare politica, ma chi fa Street Art non può farlo, perché lavora in strada e la strada è spazio pubblico e condiviso, quindi politico per sua natura. Con questo non voglio dire che un'immagine dipinta, incollata o installata in strada debba per forza contenere un messaggio 'politico', come ad esempio una provocazione o un affronto al potere. Anzi, io non credo ai messaggi politici nelle opere di Street Art, penso siano solo operazioni di marketing che non cambiano un tubo della società alla quale si impongono, quindi sono per lo più inutili. Una Mona Lisa col mitra in mano, una Statua della Libertà con la maschera antigas o una Marilyn che esplode non cambiano nulla nella coscienza civile, sono solo immagini viste e riviste che si rifanno al nonsense punk-dadaista e che ormai possono andar bene per le stampe di t-shirt da mercatino. 

L'artista che fa arte in strada fa politica non per il messaggio che infila nelle sue opere, ma perché interviene sull'identità e sulla memoria di un luogo, producendo simboli. E se i simboli che ha raffigurato sono azzeccati divengono diecimila volte più forti emotivamente di una simpatica ma sterile immagine dada/punk, perché creano fierezza ed appartenenza. E stimolare i cittadini a sentirsi fieri e parte e attiva del territorio nel quale vivono - che essi siano bianchi, neri, orientali o arabi - credo sia una concreta e sana mossa politica.

 

La XXIIesima edizione di Romics omaggia i Beatles con la mostra “Beatles a fumetti” a sottolineare la sinergia tra musica e arti visive.  Lei è anche musicista:  è nato prima il musicista o l’artista?

Compongo e canto fin da bambino, e ho scritto ed eseguito colonne sonore, ma il mio lavoro quotidiano è incentrato soprattutto sull'arte visiva e di rado 'gioco' con le canzoni. Quindi pur essendo nati assieme, l'artista è cresciuto di più, mentre il musicista in un certo senso è rimasto bambino. A parte questa amara consapevolezza, ammetto che nel mio operare ho la necessità di usare e manipolare segni e ritmi, visioni, parole e suoni, e per questo uso più linguaggi. Disegno, dipingo, scrivo, uso il collage, il video e la musica, ma vedo tutto ciò come modi di un'unica espressione. D'altronde un artista con una fotocamera in mano non è un fotografo, ma un artista che fa foto. E con questo voglio dire che lo stile non è determinato dalla riconoscibilità di un segno, ma dall'essere inconfondibile grazie al proprio 'stile', qualsiasi segno o linguaggio di segni si usi. In questa edizione di Romics tra l'altro sarò ospite del progetto "Studio d'Artista", ovvero una ricostruzione del mio studio, dove realizzerò un'opera su legno dedicata ai Beatles che finirà poi esposta direttamente nella mostra "Beatles a fumetti".


 

Nel 2010 ha fondato MURo, il museo di Urban Art di Roma, quali sono gli intenti di questo museo e quante opere raccoglie?

MURo è nato perché il quartiere di Roma in cui vivo, e in cui vivevano i miei nonni - il Quadraro - aveva tante storie da raccontare ma pochi mezzi per farlo. Io pensai che l'arte potesse essere un buon mezzo per esprimere e simboleggiare queste storie, perciò l'ho messo a disposizione degli altri: ho dipinto i primi muri del quartiere e poi ho raccontato a tanti amici artisti di tutto il mondo queste storie, invitandoli a confrontarsi con esse: la dimensione da quartiere popolare, la tradizione antifascista, la deportazione del 1944, la nascita del grande cinema italiano nella vicina Cinecittà, e via così. Sono nati così oltre 30 murales, e nel 2012 MURo è diventato Associazione Culturale e ha iniziato a produrre opere prima in giro per Roma e poi per l'Italia. Dal 2015 "Muro" è anche il titolo della prima serie tv italiana sulla Street Art, che curo io stesso e di cui andrà in onda la 2a stagione a inizio 2018 su Sky Arte Hd. L'episodio pilota si girò al Quadraro nel 2013 con Ron English, e da là è iniziata questa nuova esperienza.