Intervista a Laura Peréz Vernetti

Sei autrice di un libro “Il caso Majakovskij” uscito ora per Coconino Press e sei l’inventrice della “Poesia grafica”. Perché hai deciso di raccontare la poesia con il fumetto?

Era da tempo che volevo disegnare e adattare al fumetto le poesie di Pessoa. Pensavo che era un poeta molto difficile però finalmente mi sono decisa. Ho scelto quelle poesie che si potevano narrare in sequenza perché voi sapete che ci sono certe poesie che non si possono disegnare. È lo stesso che lavorare con un soggettista che non visualizza, che non vede le immagini.

Ho provato e ho visto che c’erano certe poesie che seguivano la sequenza narrativa del fumetto e ho scelto proprio quei poeti che potevo adattare soprattutto alla graphic novel più che al fumetto. Allora ho fatto “Pessoa & Cia” poi questo libro su Majakovskij con Coconino e poi, questo ottobre, uscirà un libro su Rainer Maria Rilke.

 

Ho letto che tu fai molto lavoro di documentazione. Cosa succede nel tuo studio quando stai preparando un libro?

Io passo dei mesi a cercare documentazione. Per esempio, con Pessoa: le avanguardie portoghesi dell’inizio del Novecento. Con Majakovskij: tutto il periodo della rivoluzione, del costruttivismo, del suprematismo. Con Rilke: l’arte della fine del diciannovesimo secolo. È un lavoro molto interessante, molto appassionante perché dopo creo uno stile grafico in accordo all’arte dell’epoca, alle immagini che rappresentano il mondo poetico di ogni poeta.

 

Tutti i poeti di cui ti sei occupata sono uomini. Non hai mai pensato di lavorare su una poetessa?

Sì. Ho appena pubblicato in Spagna una graphic novel che si intitola “Otto poemi”  nella quale ci sono quattro poeti uomini e quattro poeti donne. Dunque ho disegnato dei poemi di Julia Ochoa, Miriam Reyes, Isabel Bono, e Menchu Gutierrez che sono delle poetesse molto famose, contemporanee, di diverse generazioni, ma molto brave. Soltanto che c’è una polemica in Spagna, le poetesse non vogliono essere chiamate poetesse. Dicono che devono essere chiamate “poetas” perché questa distinzione è assurda. Per cui oggi in Spagna diciamo “poeta donna” e “poeta uomo”.

 

Parlando sempre del femminile, ci  sono pochissime fumettiste affermate in Europa e nel mondo. Perché pensi che la nona arte abbia un ingresso ancora così limitato per le donne?

Io penso che la discussione che c’è stata al Salone del fumetto di Angouleme l’anno scorso, nel 2015, è un po’ un segnale per gli editori e i lettori perché considerino che le donne disegnano bene e scrivono bene fumetti e graphic novel. Con questa presa di coscienza del Salone di Angouleme è cambiato un po’ il panorama editoriale. L’editoria pubblica più autrici rispetto a due anni fa.

 

In “Io Rilke” hai utilizzato dei colori differenti rispetto ad altre tue opere, più fluo, più sgargianti,  come lavori sulla scelta del colore? Ogni volta è un’avventura differente?

Per Pessoa ho lavorato con l’acquarello. Per Majakovskji con il computer, tutto il disegno è fatto con il pennello e l’inchiostro, la tinta china e il pennarello e poi rifinito al computer.

 

Quale tecnica preferisci?

Preferisco lavorare a mano perché il computer lo trovo un po’ noioso. Però il computer serve quando hai fatto una serie di vignette e invece di incollarle sulla carta, fai tutta la composizione al computer. La prima fase preferisco farla a mano con il disegno a matita, l’inchiostro, la tinta china,  il pennello.

 

Parlando delle origini, fumettista si nasce o si diventa? Tu da piccola già ti rapportavi al disegno in un modo particolare?

Da piccola io ha avuto la fortuna, visto che mia madre è italiana e mio padre spagnolo, di leggere fumetti italiani, spagnoli e anche francesi perché ho imparato il francese da bambina. Per me era un’esperienza quotidiana leggere le tre culture del fumetto: spagnola, italiana, francese. Fin da piccola a scuola disegnavo personaggi di fumetti nei libri mentre il professore spiegava la lezione, io a volte non lo ascoltavo e disegnavo fumetti.

 

Laura Peréz Vernetti a #RomicsXX