David Lloyd - Golden Romics of the XIII edition

 

“ANARCHIA MI HA INSEGNATO CHE LA GIUSTIZIA NULLA SIGNIFICA SENZA LA LIBERTÀ. È ONESTA. NON FA PROMESSE E NON NE INFRANGE. DIVERSAMENTE DA VOI, GESEBEL.”

Da un dialogo tra V e la Giustizia.

BUONASERA, LONDRA. SONO LE ORE NOVE. VI PARLA LA VOCE DEL FATO…È IL CINQUE UNDICI MILLENOVECENTONOVANTASETTE.

Comincia così il più importante romanzo a fumetti angloamericano di tutti i tempi, la storia di V e di Eve. Un ex prigioniero di un campo di concentramento e una ragazza disperata. Insieme forse cambieranno per sempre il destino della loro nazione dominata da un governo fascista.

David Lloyd,  è questo il nome del fumettista inglese che nel 1982 ha dato vita, e la maschera, insieme al grande sceneggiatore Alan Moore, al V di V for Vendetta, l'anarchico terrorista che combatte un regime dittatoriale e restituisce ai londinesi la capacità di riflettere e di opporsi. V for Vendetta è diventato uno splendido film ormai cult con la regia di  James McTeigue e che vede alla sceneggiatura i fratelli Wachowski.

Oltre ad aver caratterizzato da un punto di vista grafico il personaggio, a Lloyd si deve l’idea di evitare onomatopee, didascalie e voci fuori campo, suggerimento adottato dallo sceneggiatore del fumetto Alan Moore.

David Lloyd ha iniziato la sua carriera come disegnatore di fumetti nel 1977, quando ha cominciato a disegnare per la divisione inglese della Marvel, dove fu essenziale nella creazione del vigilante Night Raven, precursore del personaggio più famoso cui Lloyd abbia dato vita: il V di V FOR VENDETTA. Da allora ha lavorato su diversi progetti, inclusi Hellblazer, Sláine, Aliens, Marlowe, Global Frequency, War Stories, e il suo acclamato graphic novel Kickback. I suoi lavori più recenti sono stati realizzati per editori europei. Ha anche scritto e illustrato un libro sulla città di São Paulo. Al momento sta lanciando il sito web didattico Cartoon Classroom, che punta a centralizzare tutte le informazioni reperibili per lo studio dell’animazione e del fumetto nelle isole britanniche.

Paco Roca - Golden Romics of the XIII edition

 

Narratore che disegna e illustratore che racconta, sempre e comunque. Attento a portare in vita personaggi che lasciano intravedere molto più di quel che mostrano. Curioso esploratore di storie che, apparentemente legate a un genere, si aprono verso molte altre prospettive e interpretazioni. Eppure Paco Roca ama presentarsi così: «Mi considero uno di quei privilegiati che sono riusciti a realizzare il loro sogno infantile. Fin da piccolo volevo fare il disegnatore e oggi lavoro sia come illustratore che come fumettista».

Dalla stampa e dalla pubblicità, Paco Roca (Francisco Martínez Roca, Valencia, 1969) entra nel mondo del fumetto lavorando  per la rivista per adulti El Víbora. Dopo Gog, sceneggiato da J.M. Aguilera, nel 2001 pubblica il suo primo graphic novel, Il gioco lugubre (ed. Tunué 2013), un’interpretazione personale e perturbante di uno dei personaggi più noti e apprezzati dell’arte surrealista, Salvador Dalí: la presunta testimonianza di un collaboratore del pittore catalano fornisce il pretesto per rileggere in una chiave nuova alcuni degli elementi distintivi dell’arte del pittore catalano – la follia come metodo di lavoro, l’amore come gioco di potere e pulsione di morte, il sogno come incubo ricorrente – fino ad ottenere un nuovo ritratto dell’artista, la sua metà oscura.

Dopo il mito di Dalí, Paco Roca decide di guardare al mondo di oggi e a uno dei suoi tabù: un’operazione coraggiosa che porta a Rughe (2007, ed. Tunué 2008). La vecchiaia e l’Alzheimer sono una tragedia che provoca dolore e lacrime, ma sono parte della vita e, visto che tocca affrontarli, è bene farlo con dignità, senza rinunciare a ridere. Molti hanno apprezzato questo graphic novel, profondo e leggero, poetico e mai retorico, doloroso, ma anche incredibilmente ironico. Non a caso Rughe ha collezionato numerosi premi ed è diventato un film d’animazione (diretto da Ignacio Ferreras) vincitore del Premio Goya e di numerosi altri riconoscimenti internazionali e persino in lizza per la cinquina finale delle nominations agli Oscar 2012.

Rughe è stato apprezzato anche perché è una grande prova di empatia. Dall’esperimento Emotional World Tour (2009, ed. Tunué 2011), scritto a quattro mani con Miguel Gallardo, Paco Roca riporta una lezione che mostra di aver imparato con il tempo e con il lavoro: scrivere e disegnare significa prima di tutto saper ascoltare gli amici come i lettori, i familiari come gli sconosciuti, perché quel che la gente vive, sente e soffre è quanto di più autentico può esserci in un fumetto.

I lavori di Paco Roca mostrano un altro forte interesse: l’attrazione verso epoche, ambientazioni e immaginari lontani dal proprio presente. La serie pubblicata nel 2003, I figli dell’Alhambra (ed. Planeta De Agostini 2007), combina l’ambientazione andalusa con l’immaginario della pittura francese dell’Ottocento attraverso un intreccio denso di avventura e azione. Dopo questo tentativo, Paco Roca ha intrapreso parallelamente due strade: da una parte, si è impadronito di un linguaggio verbale e visivo marcatamente letterario e ha esplorato questa finzione dichiarata fino a trovare un inaspettato ma tangibile contatto con la realtà quotidiana – è il caso de Le strade di sabbia (ed. Tunué 2009) e La metamorfosis (2011); dall’altra, ha creato delle ricostruzioni storiche dettagliate e precise dove l’episodio di cronaca diviene insegnamento di valore universale – è il caso de Il faro (2004, ed. Tunué 2007), L’inverno del disegnatore (ed. Tunué 2011) e Los surcos del azar, cui sta attualmente lavorando.

Paco Roca prosegue ricerche di diverso tipo, con curiosità e spirito eclettico, con convinzione e professionalità, ma anche con grande franchezza e consapevolezza dei propri limiti. Dopo i premi e gli applausi, Paco Roca è ancora lì, come in una delle ultime vignette della sua autobiografia, Memorie di un uomo in pigiama (2011, ed. Tunué 2012), seduto in pigiama al tavolo da lavoro, aspettando che gli venga in mente una nuova idea.

Aoi Ohmori - Golden Romics of the XI edition

 

Ohmori è l'autore di SOUL GADGET RADIANT, ed è uno dei mangaka più importanti di Ichijinsha (la casa editrice di Sayuki e 07 Ghost). Soul Gadget Radiant è pubblicato in tantissimi paesi del mondo, ricordiamo tra gli altri la pubblicazione francese che sta ottenendo un enorme riscontro di pubblico.

A Romics racconterà la  sua straordinaria carriera artistica e illustrarà le basi tecniche e teoriche delle sue creazioni. 

Ivo Milazzo - Golden Romics of the XI edition

 

L’arte, anche quella del fumetto, è spesso un mistero di equilibri, di forze contrapposte, di intrecci impenetrabili. Nel caso di Ivo Milazzo il mistero sta innanzitutto nel suo segno, così delicato. Sembra che Milazzo abbia rispetto della carta su cui disegna, che su questa al massimo spingere (con la matita, con il pennino, con il pennello) per fare una carezza. Senza inciderla, senza piegarla al suo volere. Addirittura cercando di “sporcarla” il meno possibile, per riguardo della materia su cui lavora e del suo stato originario. È per questo che non c’è che l’acquarello per colorare i suoi disegni. Perché l’acquarello è leggero, delicato, trasparente, sa unirsi ai segni neri senza sovrapporsi ad essi ed è un colore che può essere così discreto da mostrare ancora, sotto di sé, la carta su cui si stende. Nonostante tutta questa leggerezza, tutta questa sua delicata poesia, Ivo Milazzo riesce ad esprimere la forza di emozioni intense, di grandi momenti drammatici. C’è una copertina che mi fa impazzire disegnata da lui. Quella che ha disegnato per “Casa dolce casa”, l’episodio di Ken Parker pubblicato a colori acquerellati (di Marco Soldi) dalle Edizioni Lizard nel 2004. Bene. Di solito la copertina di un fumetto popolare cerca di attirare l’attenzione mostrando una scena di tensione, un momento topico dell’avventura, per esempio il protagonista in un momento difficile, emozionante, pieno di suspance. Certo, il personaggio nato dalla (meravigliosa) collaborazione con Giancarlo Berardi non è un eroe tradizionale, non è un pistolero, un ranger, un personaggio dalle molte certezze. Ken Parker ha un po’ la stessa attenzione nelle cose che ha Milazzo: ci va leggero, tenta di capire senza forzare le situazioni, a meno che non debba andare a Washington ad alzare la voce (quando ci vuole, ci vuole). Ma insomma, la copertina: vediamo Ken che guarda verso di noi. È fermo, sereno, felice, i suoi capelli sono scossi dal vento. I piedi poggiano sicuri sul terreno erboso. Accanto a lui un cavallo stanco ma tranquillo, che trasporta un fucile, delle coperte. Sullo sfondo un cavallo lontano, anzi, forse un mulo, mostrato solo dall’acquarello, che trasporta latri bagagli, altri strumenti necessari a chi va in giro per il nordamerica a caccia di animali. In primo piano due galline che scorrazzano tranquille. Non ci sarebbe neanche bisogno del titolo anche se, grazie a quello, tutto diventa chiaro, lampante. Fantastico: l’eroe ci vuole trasmettere la serenità. La stessa a cui tende in modo delicato il segno naturale di Milazzo. Credo che sia proprio questo il suo segreto: Milazzo riesce a disegnare così bene l’avventura e il dramma perché parte dalla consapevolezza che la leggerezza, l’armonia, la pace sono le emozioni migliori, le più grandi. Quelle che solo lui sa raccontare così bene. 

Riyoko Ikeda - Golden Romics of the X edition

 

Un’artista, una creatrice di mondi straordinari, una donna, bellissima, forte, carismatica, come Oscar François. La voglia di mettersi in gioco sempre, affrontare nuove sfide e nuovi ambiti,proprio come le donne straordinarie che ha messo su carta: figure contrastanti, non sempre positive, divise, combattute, innamorate, tutte le “rose” possibili ma tutte caratterizzate da una grande passione, per la vita, per il mondo, anche se, molto spesso, destinate ad una fine tragica. Giovanissima crea uno dei suoi più grandi successi: Versailles No Bara (Lady Oscar), un manga innovativo che dà inizio ad un nuovo modo di comunicare e scrivere per le ragazze. Negli anni Settanta, quando la donna (non solo quella giapponese) lotta energicamente per l’affermazione dei propri diritti nell’ambito del lavoro e della famiglia, Oscar (una donna cresciuta dalla famiglia come un uomo) combatte la sua battaglia personale per trovare un proprio posto all’interno del mondo. Oscar viene costretta a rinnegare la sua femminilità, che emerge e la travolge come un tornado quando si innamora per la prima volta. Allora passa crisi profonde e mette in discussione tutta la sua vita, riscoprendo il suo corpo di donna fino a trovare un nuovo equilibrio, un nuovo e maturo amore: André. E con la stessa forza con cui ha affrontato la crisi recupera con nuova consapevolezza tutto ciò che il padre le ha insegnato. Diventa una donna diversa, cosciente della sua forza e della sua femminilità e accanto al suo amore e a capo della sua divisione, combatte per i valori della Rivoluzione Francese. A questo simbolico ma anche concreto percorso, tante ragazze e tanti ragazzi nel mondo si sono appassionati: in fondo non si raccontava altro che le battaglie che ognuno affronta con se stesso e con il mondo. Ikeda ha continuato a raccontare nei suoi manga altre bellissime storie, Oniisama-e… (Caro Fratello), Orpheus no Mado (La Finestra di Orfeo), ambientato nella Russia tra la Prima Guerra Mondiale e la prima rivoluzione leninista, Jotei Ekaterina (L’Imperatrice Caterina), eroica, sull’epopea di Napoleone e molti altri. La passione per la storia europea, per l’arte e la musica la guidano nelle scelte delle sue storie. Questi elementi non sono meramente estetici o di ambientazione, sono uno stile che naturalmente permea l’autrice. E gli uomini? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non si limitano ad essere semplici figure di contorno, sono forti, sfidano apertamente le eroine della Ikeda, sono in competizione, sono innamorati, sono insomma presenze importanti. Nella Ikeda non c’è assolutamente il tentativo di sminuire la figura maschile, è anzi un contraltare fondamentale. Ad un certo punto nella sua vita artistica di mangaka, ormai baciata da un clamoroso successo internazionale, la Ikeda decide di recuperare una delle sue più grandi passioni: la musica lirica. Decide così di iscriversi al conservatorio e nel 2000si diploma in canto. Ora è diventata una professionista e tiene concerti in tutto il mondo. Una nuova sfida,un continuo mettersi in gioco, ecco cosa ci piace, grazie Ikeda Sensei!

Claudio Villa - Golden Romics of the X edition

 

È stata una meravigliosa scelta e una coraggiosa intuizione quella di Sergio Bonelli quando, nel ruolo di editore, decise di lasciare libertà di stile ai disegnatori che si sarebbero alternati alle matite di Tex con il disegnatore Galleppini. Altrimenti avremmo perso lo straordinario alternarsi di personalità e di interpretazioni differenti che rendono sorprendente l’apertura di ogni albo di Aquila della Notte. Delle interpretazioni di Tex, quella di Claudio Villa è tra le più convincenti perché è seria, decisa, profonda. Il Tex di Villa è umano ed eroico insieme, è insieme vero ed epico, è un Tex che sa come proporre il suo lato fantastico poggiando bene i piedi in terra, con il peso della sua forza e della sua presenza. Claudio Villa ha disegnato sei avventure del ranger bonelliano: la prima è stata “Il ranch degli uomini perduti” su sceneggiatura di Gianluigi Bonelli (pubblicato nel settembre 1986), l’ultima è “Mefisto!” su testi di Claudio Nizzi (pubblicata a cominciare dal luglio 2002), e in queste ha catturato di Tex il realismo e la poesia, l’attenzione ai particolari eppure l’emozione dell’insieme, la spettacolarità della situazione insieme ai sentimenti dei personaggi. Ogni sua vignetta non è mai illustrativa, statica, bella per se stessa, ma tende a narrare, a trasportarci verso l’emozione di quella successiva, come un grande artista del fumetto deve fare. E questa sua capacità è riuscito a trasportarla anche nelle copertine che dal 1994 hanno occupato gran parte del suo tempo. Villa ha sostituito Aurelio Galleppini nelle copertine degli albi di Tex a partire dal n. 140; poi nel 2007, sommando i due impegni, ha iniziato a realizzare anche quelle della collana storica a colori di Repubblica-L’Espresso. Tutte le sue copertine, evocative e ricche di fascino, si fanno ammirare e creano allo stesso tempo quel sentimento di curiosità, di attesa, di suspence che spinge alla lettura, rimanda alle emozioni ancora da raccontare tra le pagine dell’albo. Perché un bel disegno a fumetti non deve essere mai realistico come una fotografia, ma avvicinarsi alla realtà con quel tanto di sospensione, quel distacco che, attraverso la grande capacità tecnica, mostri la partecipazione degli autori, la loro emozione, la loro poesia. È questo il costante miracolo artistico che fa di Claudio Villa uno dei grandi maestri del fumetto italiano.     

Chris Ware - Golden Romics of the X edition

 

C’è un fumetto che non si ferma a raccontare, oggettivamente, le vicende di uno o più personaggi. In questo nuovo fumetto che si è sviluppato negli ultimo due decenni (in quello che si chiama comunemente con il termine snob di graphic novel, ed è come se si usasse un termine per il cinema di John Ford e un altro per quello di Ingmar Bergman) sempre di più si vuole entrare nelle emozioni dei personaggi, nelle loro emozioni segrete, nei loro pensieri. In questa nuova nobiltà letteraria che il fumetto si concede, Chris Ware è riuscito a realizzare un’opera di valore assoluto. È entrato nei meccanismi della solitudine, e della solitudine ha analizzato i terrori, i silenzi, le mancanze di presente e di futuro. Il suo Jimmy Corrigan, per poter esistere, aveva bisogno di un luogo dove stare. Non una location, ma un universo certo, fatto di linee e di angoli, di spazi precisi e sicuri. È questo il senso dell’universo perfetto, di bellezza assoluta di Ware che permette al suo personaggio di avere nel mondo esterno quei punti di riferimento che il suo animo non poteva offrirgli. E così, vignetta dopo vignetta, si rincorre un tempo fatto di pensieri, memorie, immobilismi, e così i percorsi di Ware ricordano talvolta le caselle del gioco dell’oca in cui si è costretti a ritornare indietro, a ripetere azioni già sperimentate. La costruzione bipolare di questo fumetto è lucida, e lucidamente Ware costruisce un percorso narrativo ipnotico. Allo stesso modo il terrore di certe situazioni può alternarsi all’ironia di chi le racconta (così le didascalie tipiche di certo fumetto popolare – “e dopo”, “intanto”, “e dunque”, ecc. – inserite una dopo l’altra in una serie di vignette sembrano sottolineare il senso di inutilità del passaggio del tempo, che non può cambiare le cose, quando il personaggio non ha crescita ed evoluzione). In Ware bellezza e significato si abbracciano pagina dopo pagina, creando un capolavoro di sensibilità, umana e artistica.

Quino - Golden Romics of the XI edition

 

Nasce, nel 1932, a Mendoza (Argentina) un bambino di nome Joaquìn Salvador Lavado Tejòn “Quino”, da genitori andalusi. Siccome i genitori sono spagnoli, “tutti gli spagnoli sono brava gente”. All’età di quattro anni (1936) il piccolo Quino scopre che ssono saltati fuori degli spagnoli cattivissimi, che stanno uccidendo gli spagnoli buoni. Tedeschi, italiani, preti e suore sono gente cattivissima perché stanno dalla parte degli spagnoli cattivi. Ci sono, invece, dei catalani che hanno smesso di essere cattivi e aiutano gli spagnoli buoni. 1939: terribile! Hanno vinto i cattivi. Ma il piccolo Quino ormai va a scuola e lì impara che quelli veramente buoni sono gli argentini. Per cercare di capire un po’ tutto questo, il piccolo Quino si mette a disegnare, in silenzio. Parlando si rischia di dire cose sbagliate, sul bene e sul male. Verso la fine del 1939 il panorama si complica: gli inglesi, che erano cattivissimi perché avevano rubato le Malvinas e le Gibilterra, adesso sono buoni, perché difendono il mondo dall’aggressione tedesco-italo-nipponica (1941). Anche i nordamericani sono buoni. Nel 1945 Quino comincia a studiare disegno alla Scuola di Belle Arti di Mendoza. Nel 1954, dopo aver imparato che italiani, tedeschi e giapponesi nono sono poi tanto cattivi e che inglesi, nordamericani e francesi non sono tanto buoni, si trasferisce a Buenos Aires dove inizia a pubblicare i suoi disegni umoristici. Nel 1960 sposa Alicia, di origine italiana, e scopre la bontà di quella brava gente. La sua carriera di disegnatore umoristico si afferma con “Mundo Quino” (1963) il suo primo libro di vignette, e nel 1964, con l’invenzione di Mafalda, una bambina che cerca di sciogliere il dilemma di chi è buono e chi è cattivo in questo mondo. 'Troppo bella questa autobiografia di Quino per non metterla nella pagina a lui dedicata. Spiega alla perfezione come stanno le cose: il sentire di Quino tutto argentino ma anche la sua capacità di essere cittadino europeo e del mondo, e poi la sua capacità di fare il moralista in maniera leggera, scatenando una risata che non ci libera dal pensiero. Perché, tra una risata e l’altra, Quino da più di mezzo secolo ci dice davvero chi sono i buoni e chi sono i cattivi. Anzi, più i secondi che i primi, a dire la verità: dunque i cattivi sono non solo i politici che abbracciano gli elettori per strada (per poi bruciare i cappotti sporchi dell’odore della gente), non sono solo i corrotti, gli inquinatori, quelli che potenziano le disparità e le ingiustizie sociali o che pensano solo al profitto. No. Siamo anche noi i cattivi, quando diciamo una cosa giusta e ne facciamo una tutta sbagliata, quando mangiamo troppo quando consumiamo inutilmente, quando ci lasciamo abbindolare dalla televisione e dalle pubblicità ( anche da quelle dei politici), ma soprattutto quando ci chiudiamo nella nostra stanza facendo finta di non vedere le ingiustizie del mondo. Tutto questo ci dicono da sempre i suoi fumetti (così come le strisce di Mafalda): gli unici al mondo a raccontarci tutte, ma proprio tutte le nostre colpe in maniera irresistibile.'  

Gallieno Ferri - Golden Romics of the IX edition

 

Gallieno Ferri, ALIAS FERGAL, DA MASKAR A ZAGOR. Nascere a Genova nel tramonto degli anni ’20 comportava probabilmente un destino avventuroso. Così, comunque, è stato per Gallieno Ferri, genovese con una spiccata vocazione alla visionarietà, diplomato geometra e poi diventato un maestro del fumetto, che nel 2001 confessava in un’intervista (citata nel prezioso volume di Graziano Freudiani, i mille mondi di Zagor, pubblicato da Sergio Bonelli): “Ho sempre avuto uno spirito avventuroso e l’ho dato a Zagor”. Già, siamo abituati a collegare Ferri a Zagor, o meglio Za-gor-te-nay, lo “spirito con la scure” della foresta di Darkwood, luogo immaginario inventato da Guido Nolitta, che ormai tutti sanno essere lo pseudonimo del Sergio Bonelli creativo. Più che una delle tante “terre di mezzo”, tuttavia, Darkwood – intuizione geniale sin dal nome, che sintetizza l’originaria produttività mitica della foresta e l’oscurità dell’inconscio – deve essere considerata come una vera e propria enciclopedia dell’immaginazione collettiva, uno spazio in cui si concentrano in ardite architetture visive le più eterogenee sostanze della fantasia. Ed è vero che Gallieno Ferri è stato il grande inventore del canone figurativo di Zagor, di questo esploratore delle frontiere tra un genere e l’altro, rendendolo uno dei personaggi che racchiudono in sé la memoria storica e la stessa identità italiana. Ma è anche vero che il maestro genovese ha fatto altro, fin da giovanissimo, quando vinse una selezione dell’editore Giovanni De Leo per disegnatori di fumetto. A nemmeno vent’anni, Ferri si firma Fergal e illustra le prime serie (Il Fantasma Verde e Piuma Rossa), prima di passare ad un fumetto forse poco ricordato ma molto amato da chi ebbe la fortuna di goderne, quel Maskar fosco e brutale, dall’animo modernamente noir sebbene scaturito dalla stessa pletora dei vendicatori da feuilleton che aveva ispirato personaggi come l’Uomo Mascherato (The Phantom) o il franceseFantax (che lo stesso Ferri ebbe per un po’ a realizzare), spettrali concrezioni di un conflitto sociale che si rendeva visibile soprattutto attraverso le figurazioni simboliche dell’immaginario popolare. Nel passaggio tra gli anni del dopoguerra e i ’50, Ferri lavora per il mercato francese con le serie western Tom Tom e Thunder Jack. Sono tempi eroici e disordinati per il fumetto italiano, una vera età espansiva fatta di molta energia creativa, del bisogno di individuare un pubblico nuovo attraverso l’adesione all’immaginario internazionale che impattava sulla società italiana emersa dalla guerra, dal ventennio fascista e dai suoi miti autarchici. Sono gli anni di Tex, dei Disney italiani, in breve dell’età d’oro del nostro fumetto, che ha scandito l’esperienza del tardo novecento e la quotidianità delle nostre esistenze. Di quell’età e di quella storia, Gallieno Ferri è sicuramente stato uno dei protagonisti più grandi.

Tex - Golden Romics of the VIII edition

 

TEX OVVERO NELL’IMMAGINARIO I BUCHI NERI FUNZIONANO ANCHE ALLA ROVESCIA. Grato e felice di potere scrivere su Tex – e dunque in onore della carriera dei Bonelli padre e figlio. Mi è accaduto spesso di farlo in questi miei quaranta anni di attività sociologica, ben pochi rispetto a quelli vissuti da Tex. Ma qualcosa sono (e, non per narcisismo ma per informazione, ricordo che a Paolo Fabbri venne in mente di dedicarmi un saggio proprio su Tex in occasione di un volume a me offerto dall’editore Sossella in occasione dei miei sessanta anni di vita). In questi casi c’è sempre il problema di trovare l’ispirazione per non dire troppe banalità, per non ripetersi, per non fare pesare troppo le proprie ossessioni e non dare troppo spazio alle ossessioni altrui, in particolare a quello spirito celebrativo che è il rischio in cui si incorre anche quando, a essere celebrato, è un mito tra i più accreditati della cultura di massa. E in particolare di un mito come questo che stiamo celebrando, non solo accreditato da decenni di culto ma da una bottega editoriale tra le poche ad avere avuto le capacità e il prestigio di una grande industria internazionale, e di un tipo di organizzazione del lavoro e dei contenuti autoriale e insieme seriale (cosa assai rara nel nostro cinema e abbastanza rara, almeno sino a pochi anni fa, nella nostra televisione). L’ispirazione per stendere un saggio su Tex come  mio contributo a un vecchio libro miscellaneo, dedicato agli eroi del fumetto e curato da Adornato,  mi venne dalle inquietudini del terrorismo, che mi spingevano a individuare nell’etica “texiana” un punto di equilibrio tra logiche dello stato e logiche dell’anti-stato ovvero di quella turbolenza trasgressiva, capacità di iniziativa, istinto per la giustizia e l’uguaglianza, che rende spesso la vita quotidiana delle persone alternativa e critica rispetto alla vita sociale della collettività e soprattutto di una collettività imbrigliata nelle istituzioni, nei suoi saperi e soprattutto nelle sue norme, spesso troppo rigide e unilaterali rispetto alle sfumature di cui si nutrono i sensi e desideri delle persone. Il discorso funzionava, anche se di fatto risentiva di un clima in cui delle cose dell’immaginario si ragionava ancora imprigionati nelle “corazze” dell’ideologia. Ora l’ispirazione per questa nota mi viene dal fatto di scriverla, qui e ora, in prossimità della tanto attesa e discussa ora zero dell’esperimento ultramiliardario di Ginevra: l’accensione dell’acceleratore di particelle che ci dovrebbe far trovare la “particella di Dio”, il segreto dell’esistenza, ma che a detta di molti potrebbe invece creare un “buco nero” e dunque un immane vortice in cui precipiterebbe l’intero nostro mondo, la nostra esistenza, le nostre società civili e incivili, la nostra carne ed ogni cosa della nostra esperienza. Forse avete già intuito dove voglio arrivare, ma cerco di  spiegarmi, pur sapendo bene che le intuizioni – là dove a scattare è il medesimo istinto che ci guida nella lettura di un fumetto – sono spesso assai più chiare delle parole e dei discorsi. E allora, ecco i passaggi logici del ragionamento che vi propongo di fare salutando i sessanta anni di vita gloriosa di Tex: la scienza offre sempre grandi metafore da usare in forme di pensiero meno dure e in culture meno esatte (così è stato per “punto di catastrofe”, “frattali” e via dicendo); l’espressione “buco nero” la si usa nel linguaggio comune – quello stesso linguaggio con cui ordiniamo bistecche e birra – per dire in modo assai più universale, cosmico, difficilmente reversibile, quello che nella letteratura e nella filosofia si è detto e si dice “naufragio”, “gorgo” (qualcosa di tragico, inconciliabile, che del resto sempre si frappone a qualsiasi avventura, scopo e riuscita umana, nella realtà e nella fiction: Tex lo sa bene); ma un “buco nero” assorbe in sé ogni materia organica e inorganica che sia; dunque anche le immagini e i sogni, i corpi e le menti, gli affetti e l’immaginazione; il “buco nero” è la metafora di un processo di annullamento, ma per l’intensità e la portata del fenomeno che descrive è il solo a poterci spiegare come funziona l’immaginario; l’immaginario è un “buco nero” rovesciato. Dunque è una forza della natura che si rigenera e ci rigenera continuamente ricorrendo a qualsiasi materiale umano e disumano, passato, presente e futuro. Conclusione: il mito di Tex è cresciuto con la forza di un “buco nero” e con la capacità di reazione nucleare dell’immaginario. Nei suoi decenni di vita ha saputo accrescere la propria forza traducendo nella sua vorticosa esperienza vissuta tutti gli eventi piccoli e grandi, locali e mondiali, che più hanno pesato sull’essere umano  della seconda metà del Novecento e dei primi anni del Terzo Millennio. Che il suo pubblico, per quanto vastissimo, sia limitato rispetto all’essere umano, non toglie che il  “romanzo” di Tex, dei suoi lettori e dei suoi autori, riguardi l’intero nostro abitare. Da quando nel ’48 uscì come striscia a oggi che si è proposto come biblioteca universale in edicola, Tex non è soltanto un collettore della vita nazionale italiana, ma, attraverso il lavoro di ibridazione dell’immaginazione dei Bonelli & Co., ha rielaborato mille e mille storie di ogni tempo e luogo. E, come ben sappiamo, le storie si incontrano, amano, respingono e vivono per conto loro.

 

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