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Romics 6° Edizione. ROMICS D'ORO: MAURO BOSELLI, SATOSHI KON, SILVER, SERGIO TOPPI..
ROMICS 6a Edizione
Fiera di Roma 5 – 8 Ottobre 2006
DAMPYRIANI SEMPRE
su Mauro Boselli
La dimensione di grande autore di fumetti di Mauro Boselli va interamente compresa nelle dinamiche evolutive che interessano la casa editrice di Sergio Bonelli almeno a partire dalla seconda metà degli anni ottanta. Nella fabbrica culturale bonelliana (…) Boselli affina i suoi gusti originariamente letterari e cinematografici e le proprie capacità di narratore. Mette alla prova le sue passioni filmiche, e le incanala nel meticoloso apprendistato che, in redazione, ben presto gli consente di farsi riconoscere fra i più promettenti sceneggiatori (si occupa di noti characters come Mister No, River Bill, Il piccolo Ranger). Passa poco tempo, però, e dal 1991 a Boselli è affidato il compito di rilanciare verso nuove direzioni il personaggio di una delle serie che meglio caratterizzano la casa editrice: Zagor, l’eroe che vive nella foresta di Darkwood in un Ottocento che mescola western e fantasy, avventura e comicità. (…)
Il successo dell’operazione di Boselli è tale che l’editore gli affida parallelamente un incarico ambizioso e impegnativo: affiancare il bravo Claudio Nizzi nelle sceneggiature di Tex. Ancora una volta, Boselli compie una operazione narrativa strategica; “taglia” le avventure mensili del più noto personaggio western italiano con un piglio efficace, al di sotto del quale si riconosce come le sue storie di Tex sono ricondotte a precise matrici del cinema classico (da Ford a Walsh, Wellmann, Aldrich, ecc.). (…) Eccoci giunti a Dampyr, un fumetto seriale che dal 2000 a tutt’oggi, portato avanti per un’ottantina di episodi, accanitamente mette alla prova l’arco stesso del rapporto fra la casa editrice e il suo attento pubblico di lettori, vecchi e nuovi, fedeli nel tempo o appena arrivati. Dampyr non è un fumetto semplice. Ma è sempre appassionante (….) ed esprime, con i nuovi linguaggi del fumetto, la modernità critica della figura del vampiro; da un lato, osserva quest’ultima come a distanza, e dall’altro la rende prossima ad altre mitologie che si affermano in un’epoca come la nostra, soggetta a diverse rivoluzioni e cambiamenti incessanti di ordine tecnologico, epistemologico, culturale. Attraverso la filigrana e l’ottica postmoderna del figlio umano di un Supervampiro, la serie di Boselli cerca, con decisivo coraggio, di raccogliere la traccia di un’importante metafora del tempo attuale. Il vampiro, l’umano e il vivente; il non-morto – figura simbolica in cui il presente cerca di leggere e interpretare il passato e prefigurare il futuro – è messo di fronte al non-vivo, al mondo inorganico, al vivente non-umano, a quegli scenari della tecnologia che rischiano di estraniare l’uomo dall’uomo, a quelle organizzazioni della politica che soffocano libertà e producono violenza. Harlan, mezzo umano e quasi-vampiro, vive in un incrocio di possibilità che, a volte dolorosamente, lo aiutano a meglio apprendere come vivere.
Gino Frezza
SATOSHI KON
Quante volte abbiamo sentito dire che il cinema è il luogo in cui vengono proiettati i nostri sogni? Satoshi Kon, maestro del fumetto e dell’animazione, ne è talmente tanto convinto da porre un problema che va oltre: e se il cinema d’animazione riuscisse a dimostrare che i sogni sono la vera reale espressione della realtà; che non è la vita ad essere un sogno, ma il sogno ad essere vita? Sembra proprio essere questo il filo rosso della sua poetica di autore. Chiarissimo fin dal suo primo film, Perfect blue, che lui diresse nel 1997, a 34 anni, sopperendo con la sua bravura di regista ad un’animazione piuttosto limitata. Un film che inizialmente doveva essere tratto dall’omonimo romanzo di Yoshikazu Takeuchi. Ma Satoshi Kon riscrive la sceneggiatura insieme a Sadayuki Murai, scardinando la logica del libro. In effetti quello che riesce a fare Kon è quanto di più difficile nella comunicazione, nel racconto: rendere comprensibile l’incomprensibile, giocando sulla narrazione come fosse un’illusione ottica. E lo stesso riesce a fare, mirabilmente, con Millennium Actress, diretto nel 2001: un’altra storia che narra di passioni estreme, in cui Kon inserisce il tema della memoria. Anche il ricordo è un sogno, anche la memoria è una fragile realtà, ma in fondo cos’è più esile del presente, che sfugge attimo dopo attimo? Perfect Blue e Millenium Actress sono due film legati da questo stesso tema di fondo. E forse è per questo che Kon decide per il terzo di cambiare completamente rotta: e con Tokyo Godfathers del 2003 costruisce un film la cui narrazione si svolge in forma tradizionale. E lo stupore fu quello: Kon sa fare anche film “normali”, rifacendosi, addirittura, ad un soggetto di John Ford. Il Kon dei sogni ritorna con Paprika, film presentato quest’anno in concorso al festival di Venezia. Ritorna il sogno che, grazie a una macchina, può essere visto, invaso, rapito dalla realtà. Ma anche in questo film (come anche in Tokyo Godfathers) il problema in gioco va aldilà di quello esposto dalla trama. E si può percepire così: riesce la vita a vincere il gioco delle emozioni, riesce l’uomo a reggere tutto il senso (profondo, infinito) della propria esistenza?
Luca Raffaelli
LA SILVER-AGE DEL FUMETTO ITALIANO
Enrico la Talpa abita nella fattoria McKenzie, luogo immaginario creato da Guido Silvestri, in arte Silver, all’inizio degli anni ’70. Luogo immaginario per la sua natura grafica, certo, ma anche per l’ambigua sospensione tra il desiderio americano (che troviamo nella aspirazione agli universi antropomorfi di Walt Disney e Walt Kelly) e la persistenza di un’identità nazionale addensata intorno a nomi come Alberto, Marta, Alcide, Alfredo… quasi un ritorno “malinconico” ai panorami bassopadani in b/n di Guareschi e Duvivier.
Forse Enrico non è il personaggio più noto della serie silveriana, oscurato com’è dalle coreografie mitiche del menage a tre fra Lupo Alberto, la gallina Marta e il canpastore Mosé (che diventa quasi un’orgia nel momento in cui entra in gioco l’opinione pubblica della piccola e perversa comunità…), ma certo è quello che eredita lo spirito di un certo cinema nazionale, della commedia italiana alla Dino Risi, dei “mostri” nazional-popolari che si trasformano negli anni per non cambiare la loro vocazione all’asservimento verso i poteri costituiti. In ciò, il miope Enrico si rivela una maschera perfetta delle trasformazioni che hanno avuto luogo da quando, nel febbraio del 1974, la striscia di Silver appare su “Il Corriere dei Ragazzi” e comincia la sua ascesa nel mondo del fumetto italiano.
Silver era allora un giovanissimo comic-maker cresciuto a bottega del suo grande concittadino, Franco Fortunato Gilberto Augusto Bonvicini, in arte Bonvi, da cui aveva appreso il gusto della creatività “dissennata” ma anche la necessità della disciplina, un mix che rende possibile affrontare la produzione seriale dei comics. E Silver diventa Silver, cioè uno degli autori di maggior successo del nostro fumetto da oltre trent’anni, proprio perché è tra i pochi a risolvere, in Italia, la questione nodale della serialità. Silver, cioè, riesce a inventare un dispositivo narrativo originale e capace di rinnovarsi nel tempo, creando un rapporto duraturo e gratificante con il proprio pubblico. Non è un caso che Lupo Alberto sia stato il testimonial dell’unica campagna d’informazione italiana sull’AIDS destinata ai giovani.
Silver lavora anche moltissimo sul linguaggio: c’è ritmo negli scambi e nei dialoghi, c’è rispetto per un rapporto equilibrato tra immagini e testo. La sporca vita di Cattivik, mostriciattolo metropolitano che pur volendo non riesce a nuocere se non a se stesso, è accompagnata da un eloquio altrettanto sporco. Cattivik non chiude con la giusta vocale i sostantivi, esclama senza ritegno , pasticcia coi verbi e produce suoni disarticolati. Ciò non impedisce affatto la comunicazione, ma la sposta verso una deriva demenziale dove il non senso e l’inettitudine del mostro creano intorno a lui la simpatia permanente del lettore. Quasi una forma di solidarietà.
Rimane da segnalare una particolarità narrativa di Silver, che lo accomuna ad alcuni altri story-teller a fumetti, tra cui Bonvi. I mondi creati da Silver nascono già cresciuti e strutturati, già maturi per ogni peripezia della sceneggiatura. Sono sempre piaciuti molto ai giovanissimi, eppure piacciono anche ai più smaliziati tra i lettori adulti. Il segreto è una vena acida nella narrazione, una sostanza corrosiva che viene sciolta nell’inchiostro del lettering provocando danni cospicui all’idea di una realtà fiabesca e comunitaria che vivrebbe nelle utopie narrative per ragazzi. Niente affatto, i rapporti sono spesso fregature, le soluzioni proposte spesso deliranti, spesso c’è chi profitta della situazione e schiaccia gli altri. Dove il disincanto riesce a modellarsi sulle morbidezze di un mondo pensato per ragazzi che sanno guardare con la giusta ferocia il mondo degli adulti.
Sergio Brancato e Stefano Cristante
SERGIO TOPPI
La cosa che sempre più ci colpisce nelle pagine disegnate da Sergio Toppi è la sua capacità di creare grandi immagini unitarie che conducono quasi per mano l’occhio del lettore al loro interno come attraverso un percorso – e questo percorso è un percorso narrativo. Poiché Toppi è un narratore, ancora prima che un illustratore (ed è per questa ragione che si è dedicato all’arte sequenziale, diventando uno dei maestri del fumetto italiano), le sue grandi pagine visivamente unitarie indicano chiaramente il cammino che la lettura deve compiere.
Lo fanno, però, senza mai perdere la propria unità visiva, che è anche, implicitamente, un’unità narrativa. Toppi racconta così per grandi blocchi che sono insieme di immagine e di racconto, blocchi ulteriormente articolati al loro interno, ma senza che questo ne comprometta l’unità. Uno stile narrativo originale e difficile.
Per arrivare a questo altissimo livello di efficacia, Toppi ha dovuto utilizzare tutta la propria capacità di disegnatore. Il fitto intreccio di linee corruscate che lascia improvvisamente lo spazio a grandi aree bianche, o da cui le figure emergono a volte con fatica, e a volte con una nettezza cristallina – questo accavallarsi di increspature del pennino è stato lo strumento visivo che ha caratterizzato il suo stile, e che gli ha permesso di associare complessità grafica e semplicità di lettura. Moltissimi gli sono debitori, da Lorenzo Mattotti a Frank Miller, ma più per la costruzione narrativo-visiva della pagina, che per il dettaglio del pennino. Quello si direbbe suo e inimitabile.
Sergio Toppi ha costruito la propria personale strada nel fumetto, con un’individualità così marcata da lasciare un segno che rimarrà a lungo forte e vivo. Chi voglia studiare i fumetti per imparare a leggerli o a realizzarli, non può non passare da qui, qualunque scelta poi decida di fare.
Daniele Barbieri




















