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Romics 5° Edizione. ROMICS D'ORO: TANINO LIBERATORE, ANGELO STANO.
ROMICS 5a edizione
Fiera di Roma 8 – 11 Dicembre 2005
TANINO LIBERATORE
Liberatore è il corpo. Corpo come narrazione addensata in simboli. Corpo come volumetria di muscoli e sessualità aggressiva, dirompente, alternativa. Limite estremo di eros e violenza, ricombinazione delle identità, sex-appeal dell’inorganico, rivoluzione del quotidiano e dell’immaginario tarpata dall’insorgenza culturalmente devastante dell’AIDS. Apparve così ai nostri occhi fin dalle prime tavole di Ranxerox, il personaggio che marchia il suo abbinamento al nome di Stefano Tamburini e che segna – insieme a Pazienza, Scòzzari, Mattioli e pochi altri – il momento della rifondazione generazionale del fumetto italiano. Tra “Cannibale” e “Frigidaire”, dal 1978 il coatto sintetico costruito con i pezzi di una vecchia fotocopiatrice Rank Xerox incarna, letteralmente, lo spostamento d’asse delle culture metropolitane, dando vita a un’estetica che sarebbe diventata celebre a livello planetario con il neologismo cyberpunk.
Posto al centro di un fermento culturale oggi inimmaginabile, Tanino Liberatore coniuga più tradizioni (quella della storia dell’arte, quella del fumetto, quella della letteratura e del cinema pulp) per dare “corpo” a qualcosa di nuovo, una sensibilità che trova alloggio nelle configurazioni plastiche rese possibili da una tecnica straordinaria, capace di mediare tra passato e presente, restituendo un mondo di forme cariche di erotismo dissonante ed inesorabili inquietudini epocali. Con gli altri della sua generazione di comic-maker, Liberatore ha occupato lo spazio lasciato libero da un cinema anemico, irrorando di sangue i solchi della nostra immaginazione. Il sangue dei suoi corpi immateriali (ma quanto, quanto solidi!) ha placato, per un po’, la nostra sete di visioni “sensate”. Tra la preistoria e il futuro, ha coperto un arco temporale decisivo in cui la nostra industria culturale ha giocato tutte le sue carte sull’egemonia televisiva, uscendone con le pezze al culo. Pezze al culo (rosse) che Ranxerox esibisce invece con altera disinvoltura, invitando al fist-fucking intellettuale l’intera classe dei colti nazional-popolari, mentre il suo performatore, il sublime Liberatore, guadagna la libertà d’espressione riparando in Francia.
Sergio Brancato
ANGELO STANO
“Indiscutibilmente, sono lento”. Sono parole sue, di Angelo Stano. In questa laconica ammissione c’è già una dichiarazione di stile: Stano non è e non sarà mai un autore inflazionato, perché procede in modo composto e profondo. Ha bisogno di tempo, e la lentezza è nel suo caso sinonimo di immersione. Si è immerso molto giovane nello stile dei suoi preferiti (Pratt prima degli altri), si è immerso nel fumetto industriale di massa degli anni ’70, si è immerso nell’avventura di Dylan Dog, diventando l’addetto al portale della testata, cioè l’autore delle copertine. Si è immerso anche nell’apprendimento e nella personalizzazione dei software per disegnare e colorare, recuperando un interessante artigianato tecnologico.
L’idea dell’artista-palombaro è rafforzata dalla tenuta grafica delle storie di Dylan Dog da lui disegnate: sono poche, ma indelebili. La creatività narrativa di Sclavi riceve da quelle tavole un potente valore aggiunto: Stano chiama in causa l’espressionismo, e a ragione. Lui riesce a rielaborare la storia fissando nei tratti grigi delle cose un intero spettro di emozioni, come se gli riuscisse di contenere nelle relazioni tra bianco e nero l’intero mondo visibile, a sua volta ripensato in un sogno.
Il reticolo delle storie viene dall’interno dei corpi e delle menti: ecco perché l’artista che fa da riferimento esistenziale a Stano è Egon Schiele. Ecco perché ogni tavola di Dylan Dog sembra un’attualizzazione dei dipinti di Schiele: perché il personaggio evita la necessaria adesione a comportamenti prevedibili – pur essenziali nei generi di massa – e diviene icona pensante sulla (della) contemporaneità. Il Dylan di Stano parla poco, ma pensa moltissimo attraverso i balloon che nascono sopra la testa da piccoli cerchi bianchi. Dice che l’azione va rallentata, perché essa è figlia di un mondo scuro e complicato dove l’enigma e il mistero sono l’atmosfera abituale, e dove l’eroe è tale perché sa che occorre saper ritrovare di continuo la strada dentro un labirinto chiamato – come voleva Gadda – “la cognizione del dolore”. Anche se l’eroe porta la camicia fuori dai pantaloni e calza un paio di intramontabili Clark’s.
Stefano Cristante




















