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Romics 4° Edizione. ROMICS D'ORO:SERGIO BONELLI, GIORGIO CAVAZZANO, VITTORIO GIARDINO.

SERGIO BONELLI
Quando ho incontrato Sergio per la prima volta, all’inizio degli anni ’80, dietro la sua scrivania c’era una specie di grafico disegnato a mano che cominciava con il numero 1948 e finiva con 1984. Vicino a questa cifra c’era scritto: “Fine di Tex”.
Ormai molti sanno che Tex è nato, creatura del vecchio Bonelli – il mitico Gianluigi – e del grande Aurelio Galeppini, proprio nel 1948. E tutti sanno che Tex esce ancora, magnifico cinquantaseienne, nelle edicole di tutta Italia. Altro che l’eutanasia a cui voleva consegnarlo Sergio nel 1984. Per fortuna andò diversamente: Sergio non solo non uccise Tex, ma se ne prese cura come di un fratellastro indigente conosciuto da adulto. Ampliò lo staff dei disegnatori e pian piano, quanto più Gianluigi si distaccava dalla propria creatura, anche degli sceneggiatori, a cominciare da se stesso, passato con elasticità dal fantasioso pre-ecologismo di Zagor all’alcolica amarezza equatoriale di Mister No alla geometrica sagacia e al duro senso dell’onore del ranger e dei suoi pards.
Che il grafico avesse un valore apotropaico non saprei: tuttavia è certa la coincidenza tra l’anno della ipotetica fine di Tex e gli anni (di poco successivi) in cui cominciano a prendere forma nuovi prodotti dell’allora casa editrice Cepim: mi riferisco a Martin Mystere e a Dylan Dog.
Vorrei segnalare che fino a quel momento l’editore aveva sfornato prodotti di tutto rispetto, ma sempre ambientati nel Far West. Mettere in cantiere un prolisso archeologo del fantastico e un ghostbuster dongiovanni e squattrinato non era un’impresa facile. Sergio all’epoca incrociava le dita e borbottava malfidato: “Va be’, questo che mi ha proposto Sclavi lo faccio, ma non può funzionare”. Sottinteso: “Che c’entra Dylan Dog con il marchio Bonelli?”.
Ora che il parco dei personaggi di Sergio si è ampliato in modo formidabile e che gli scenari e le ambientazioni sono cambiati in maniera radicale senza nulla perdere della primigenia creatività Bonelli, ora che è evidente che la casa editrice è riuscita nell’impresa di acquistare nuovi pubblici senza perdere quelli precedenti non servono esperti per assegnare un premio prestigioso allo sceneggiatore-editore Sergio Bonelli: se volessimo riesumare la vecchia formula del made in Italy Sergio ne sarebbe uno degli emblemi più nitidi. Un prodotto italiano complesso, variegato e dai molteplici linguaggi che sa interagire con mercati e con artisti stranieri, a tutti consegnando un’idea di ottima fattura, cioè di straordinaria qualità. Un prodotto di una “normale” e “saggia” genialità, quella di chi sa far funzionare le idee come reti di progetti narrativi. Un prodotto, cioè, di Sergio Bonelli.
Stefano Cristante

UN SEGNO ILARE E POSTMODERNO
(SU GIORGIO CAVAZZANO)
Quando iniziò negli anni settanta a far parte del gruppo italiano degli autori che, nel nostro paese, realizzano fumetti disneyani, Giorgio Cavazzano apportò un segno ilare, scanzonato, innovativo. Nel solco di un grande repertorio di invenzioni fumettistiche (dovute agli anziani del gruppo disneyano: G. Perego, P.L. De Vita, R. Scarpa, L. Bottaro, G. Chierchini, G. B. Carpi, G. Martina e C. Chendi) Cavazzano reca al fumetto italiano di Topolino e Paperino una attitudine sperimentale. Un fumetto tendenzialmente tridimensionale, che rompe e vince i propri limiti di immagine “muta” su carta, libero nella composizione/impaginazione della tavola; un fumetto dal segno estroverso, profondamente ironico, divertito, sapiente nel meccanismo narrativo e in grado di coinvolgere l’intelligenza del lettore.
Da allora Cavazzano si impone come un maestro sulla scena del fumetto europeo. Il suo segno fuoriesce dai confini – pur ricchi e complessi – del fumetto “disneyano” e pratica i campi più eterogenei, dall’avventura poliziesca (da Walkie&Talkie a Oscar&Tango a Smalto&Johnny, su testi di Giorgio Pezzin, ai due “investigatori” casinari Altai&Johnson su testi di Tiziano Sclavi), al western (da I Rangers a Silas Finn, quest’ultimo ancora in tandem creativo con Sclavi), al fumetto storico e fantastico (per il mercato francese produce Capitan Rogers e poi Timothée Titan). Ma esprime anche una viva sensibilità a 360° verso altre forme della grafica narrativa o dei media audiovisivi: basti citare le incursioni nella pubblicità (Rossi Story, su testi di Ferruccio Alessandri) come nell’editoria porno “soft” (Big Bazoom per “Playboy” italiana).
Cavazzano afferma il suo segno – che, agli sprovveduti, sembrava destinato al solo fumetto parodistico e comico – anche in una mitografia tecnologica come quella dell’universo dei supereroi e dei mutanti. Nel 2003 realizza in coppia con Tito Faraci la prima storia “italiana” di Spiderman, l’arrampicamuri di Stan Lee e Steve Ditko, disegnato in uno scenario significativamente veneziano: Il segreto del vetro. Peter Parker/L’uomo Ragno è immerso nell’atmosfera carnevalesca (tanti costumi!) di Venezia, fra calli guglie e canali, nel leggendario passato di una città dai caratteri magici (così la vedeva Hugo Pratt). L’esperienza malinconica che, nelle ariose tavole di Cavazzano, tocca al supereroe più introverso della postmodernità, gli fornisce, nell’epoca dei grandi film digitali di Sam Raimi (Spiderman 1 e 2), una spiccata consapevolezza delle sue potenzialità.
Gino Frezza

IL MONDO LINEARE DI VITTORIO GIARDINO
Interpretando la grande tradizione franco-belga della linea chiara, Vittorio Giardino si afferma alla fine degli anni ‘70 come uno dei maggiori autori italiani e, nel decennio successivo, europei. La definizione di “autore” è, nel caso di Giardino, motivata dalla scarsità quantitativa della sua produzione oltre che dalla alta qualità delle sue opere: nel solco di quello che può apparire come un luogo comune, le sue modalità di lavoro appaiono strutturalmente inconciliabili con le esigenze produttive di una sia pure accennata serialità. I suoi tempi e la cura estrema dell’immagine – sempre riconoscibile nella sua identità stilistica – sono organici a un tempo di produzione e di consumo che non contempla la velocità. Giardino persegue i suoi progetti e i suoi ritmi in assoluta autonomia.
Eppure, gli esordi dell’ingegner (elettronico) Giardino non lasciavano presagire, ai più, la conquista di un universo grafico così personale e, al contempo, così funzionale a una narrazione che investe il lettore delle derive che letteratura e cinema ancora “disegnano” nel nostro immaginario. Bisogna aspettare la svolta di Sam Pezzo (1979) per capire che la vocazione narrativa di Giardino ha trovato il suo corso. Densamente abitata dalle tracce dell’hard boiled, questa serie poliziesca lascia trapelare la malinconia del suo autore in un momento storico che vede profonde trasformazioni nell’industria culturale italiana e nei suoi linguaggi, trasformazioni che sollecitano il maturare di nuove competenze. E’ questa fruttuosa malinconia (condivisa in quegli anni dagli altri grandi interpreti del fumetto italiano) a fare di Sam Pezzo e poi, soprattutto, di Max Fridman (1982) due icone di una narrativa grafica che si sostituisce al declinante cinema italiano nel dare voce al racconto dello “spirito del tempo”.
Giardino ama le donne e il loro carico di eros, che ci riporta a noi stessi e ci rinnova. Lo si vede nel modo in cui dà loro corpo, ad esempio nella straordinaria raccolta di storie basata su Little Ego, in cui traduce al presente tutta la forza generativa del Little Nemo di McCoy, svelandone i fondamenti interdetti. Ma è la sua capacità di riflettere (sul)la storia del ‘900 che ancora stupisce, specie nelle tavole memorabili di Jonas Fink, disegnate da Giardino con incredibile lucidità estetica ed etica, trasformando la linea in mondo, costringendoci – soggiogati dalla sua spietata precisione – a ripercorrere la storia moderna delle idee e le loro conseguenze sulle nostre vite.
Sergio Brancato

Romics 2013 due edizioni

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