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I ROMICS D'ORO 2010.

CHRIS WARE.                                        Di Luca Raffaelli

C’è un fumetto che non si ferma a raccontare, oggettivamente, le vicende di uno o più personaggi. In questo nuovo fumetto che si è sviluppato negli ultimo due decenni (in quello che si chiama comunemente con il termine snob di graphic novel, ed è come se si usasse un termine per il cinema di John Ford e un altro per quello di Ingmar Bergman) sempre di più si vuole entrare nelle emozioni dei personaggi, nelle loro emozioni segrete, nei loro pensieri. In questa nuova nobiltà letteraria che il fumetto si concede, Chris Ware è riuscito a realizzare un’opera di valore assoluto. È entrato nei meccanismi della solitudine, e della solitudine ha analizzato i terrori, i silenzi, le mancanze di presente e di futuro. Il suo Jimmy Corrigan, per poter esistere, aveva bisogno di un luogo dove stare. Non una location, ma un universo certo, fatto di linee e di angoli, di spazi precisi e sicuri. È questo il senso dell’universo perfetto, di bellezza assoluta di Ware che permette al suo personaggio di avere nel mondo esterno quei punti di riferimento che il suo animo non poteva offrirgli. E così, vignetta dopo vignetta, si rincorre un tempo fatto di pensieri, memorie, immobilismi, e così i percorsi di Ware ricordano talvolta le caselle del gioco dell’oca in cui si è costretti a ritornare indietro, a ripetere azioni già sperimentate. La costruzione bipolare di questo fumetto è lucida, e lucidamente Ware costruisce un percorso narrativo ipnotico. Allo stesso modo il terrore di certe situazioni può alternarsi all’ironia di chi le racconta (così le didascalie tipiche di certo fumetto popolare – “e dopo”, “intanto”, “e dunque”, ecc. – inserite una dopo l’altra in una serie di vignette sembrano sottolineare il senso di inutilità del passaggio del tempo, che non può cambiare le cose, quando il personaggio non ha crescita ed evoluzione). In Ware bellezza e significato si abbracciano pagina dopo pagina, creando un capolavoro di sensibilità, umana e artistica.

 

CLAUDIO VILLA.                           Di Luca Raffaelli

È stata una meravigliosa scelta e una coraggiosa intuizione quella di Sergio Bonelli quando, nel ruolo di editore, decise di lasciare libertà di stile ai disegnatori che si sarebbero alternati alle matite di Tex con il disegnatore Galleppini. Altrimenti avremmo perso lo straordinario alternarsi di personalità e di interpretazioni differenti che rendono sorprendente l’apertura di ogni albo di Aquila della Notte. Delle interpretazioni di Tex, quella di Claudio Villa è tra le più convincenti perché è seria, decisa, profonda. Il Tex di Villa è umano ed eroico insieme, è insieme vero ed epico, è un Tex che sa come proporre il suo lato fantastico poggiando bene i piedi in terra, con il peso della sua forza e della sua presenza. Claudio Villa ha disegnato sei avventure del ranger bonelliano: la prima è stata “Il ranch degli uomini perduti” su sceneggiatura di Gianluigi Bonelli (pubblicato nel settembre 1986), l’ultima è “Mefisto!” su testi di Claudio Nizzi (pubblicata a cominciare dal luglio 2002), e in queste ha catturato di Tex il realismo e la poesia, l’attenzione ai particolari eppure l’emozione dell’insieme, la spettacolarità della situazione insieme ai sentimenti dei personaggi. Ogni sua vignetta non è mai illustrativa, statica, bella per se stessa, ma tende a narrare, a trasportarci verso l’emozione di quella successiva, come un grande artista del fumetto deve fare. E questa sua capacità è riuscito a trasportarla anche nelle copertine che dal 1994 hanno occupato gran parte del suo tempo. Villa ha sostituito Aurelio Galleppini nelle copertine degli albi di Tex a partire dal n. 140; poi nel 2007, sommando i due impegni, ha iniziato a realizzare anche quelle della collana storica a colori di Repubblica-L’Espresso. Tutte le sue copertine, evocative e ricche di fascino, si fanno ammirare e creano allo stesso tempo quel sentimento di curiosità, di attesa, di suspence che spinge alla lettura, rimanda alle emozioni ancora da raccontare tra le pagine dell’albo. Perché un bel disegno a fumetti non deve essere mai realistico come una fotografia, ma avvicinarsi alla realtà con quel tanto di sospensione, quel distacco che, attraverso la grande capacità tecnica, mostri la partecipazione degli autori, la loro emozione, la loro poesia. È questo il costante miracolo artistico che fa di Claudio Villa uno dei grandi maestri del fumetto italiano.

 

RIYOKO IKEDA.                              Di Sabrina Perrucca

Un’artista, una creatrice di mondi straordinari, una donna, bellissima, forte, carismatica, come Oscar François.

La voglia di mettersi in gioco sempre, affrontare nuove sfide e nuovi ambiti,proprio come le donne straordinarie che ha messo su carta: figure contrastanti, non sempre positive, divise, combattute, innamorate, tutte le “rose” possibili ma tutte caratterizzate da una grande passione, per la vita, per il mondo, anche se, molto spesso, destinate ad una fine tragica.

Giovanissima crea uno dei suoi più grandi successi: Versailles No Bara (Lady Oscar), un manga innovativo che dà inizio ad un nuovo modo di comunicare e scrivere per le ragazze. Negli anni Settanta, quando la donna (non solo quella giapponese) lotta energicamente per l’affermazione dei propri diritti nell’ambito del lavoro e della famiglia, Oscar (una donna cresciuta dalla famiglia come un uomo) combatte la sua battaglia personale per trovare un proprio posto all’interno del mondo. Oscar viene costretta a rinnegare la sua femminilità, che emerge e la travolge come un tornado quando si innamora per la prima volta. Allora passa crisi profonde e mette in discussione tutta la sua vita, riscoprendo il suo corpo di donna fino a trovare un nuovo equilibrio, un nuovo e maturo amore: André. E con la stessa forza con cui ha affrontato la crisi recupera con nuova consapevolezza tutto ciò che il padre le ha insegnato. Diventa una donna diversa, cosciente della sua forza e della sua femminilità e accanto al suo amore e a capo della sua divisione, combatte per i valori della Rivoluzione Francese. A questo simbolico ma anche concreto percorso, tante ragazze e tanti ragazzi nel mondo si sono appassionati: in fondo non si raccontava altro che le battaglie che ognuno affronta con se stesso e con il mondo.

Ikeda ha continuato a raccontare nei suoi manga altre bellissime storie, Oniisama-e… (Caro Fratello), Orpheus no Mado (La Finestra di Orfeo), ambientato nella Russia tra la Prima Guerra Mondiale e la prima rivoluzione leninista, Jotei Ekaterina (L’Imperatrice Caterina), eroica, sull’epopea di Napoleone e molti altri. La passione per la storia europea, per l’arte e la musica la guidano nelle scelte delle sue storie. Questi elementi non sono meramente estetici o di ambientazione, sono uno stile che naturalmente permea l’autrice.

E gli uomini? Contrariamente a quanto si potrebbe pensare non si limitano ad essere semplici figure di contorno, sono forti, sfidano apertamente le eroine della Ikeda, sono in competizione, sono innamorati, sono insomma presenze importanti. Nella Ikeda non c’è assolutamente il tentativo di sminuire la figura maschile, è anzi un contraltare fondamentale.

Ad un certo punto nella sua vita artistica di mangaka, ormai baciata da un clamoroso successo internazionale, la Ikeda decide di recuperare una delle sue più grandi passioni: la musica lirica. Decide così di iscriversi al conservatorio e nel 2000si diploma in canto. Ora è diventata una professionista e tiene concerti in tutto il mondo. Una nuova sfida,un continuo mettersi in gioco, ecco cosa ci piace, grazie Ikeda Sensei!

Romics 2013 due edizioni

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