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Romics 3° Edizione. ROMICS D'ORO: LEO ORTOLANI, GIOVANNI TICCI, ALBERT UDERZO, ROBIN WOOD.

LEO ORTOLANI

Che i genitori dei tanti ragazzi che amano leggere tanti fumetti lo sappiano: c’è chi grazie a questa sua passione sta per ricevere, peraltro quasi giovanissimo, uno dei più prestigiosi premi del settore. Leo Ortolani, 36 anni, pisano di nascita e parmense d’adozione, è stato per anni un lettore accanito di fumetti, dai quali ha appreso le regole della narrazione, della costruzione dei personaggi, del ritmo, delle pause, della tensione. Successivamente ha capito come poteva distruggerle attraverso un personaggio che fosse il contrario di ciò che avrebbe dovuto essere: Rat-man, il più grande successo del fumetto italiano nell’ultimo decennio, vorrebbe essere un supereroe. Peccato però che non abbia nessuna qualità per esserlo. Ortolani lo sa e lo lascia fare, mostrandoci la più divertente delle facce dell’idiozia, quella che si inserisce tra le pieghe dei miti, quella che si va a scontrare con l’Uomo Ragno o con gli X-Men, con 007 o con Star Trek, con tutti quei personaggi che nel mondo dell’avventura sanno come comportarsi, come comportarsi quando sono in difficoltà e come uscirne fuori. Rat-man sa solo rimediare brutte figure ma ha comunque una qualità invidiabile: non si arrende mai, è cocciuto come solo un personaggio di Ortolani può essere. E anche il suo autore lo è stato, andando a cercare per anni la libertà di poter lavorare su questo personaggio che gli scatenava la fantasia e, a forza di tentativi con gli editori e piccoli ma significativi successi con pubblicazioni autofinanziate, ha costruito il suo pubblico e la fiducia di un editore vero. Alla Fiera di Roma Ortolani sarà il più giovane autore finora premiato: giusto, però, perché il Romics d’Oro non dev’essere solo la consacrazione di un grande autore, ma anche il giusto riconoscimento a una promessa, già mantenuta.

Luca Raffaelli

 

GIOVANNI TICCI

Non è un omaggio formale, una scelta "tra i tanti". Parlando di Giovanni Ticci come grandissimo maestro del fumetto internazionale non siamo assaliti dal dubbio di aver usato un'iperbole un po' banale (tipo: "Nella splendida cornice di...", immancabile frase per mostre, concerti, spettacoli)  di quelle iperboli che non si negano a nessuno nelle presentazioni "buoniste". Per chi, come chi scrive, ha un'antica e solida passione "texiana" è fin troppo facile essere ammiratori dell'arte di Ticci, interprete ortodosso (ebbene, sì: noi "texiani" siamo spesso un po' conservatori) e al tempo stesso originale di avventure, scenari, stati d'animo dell'inossidabile Aquila della Notte, dei suoi pard e dei suoi nemici. Un'arte che coniuga una grande attenzione ai particolari ("ereditata" da Alberto Giolitti, uno dei maestri di Ticci) a uno stile essenziale, anzi "essenziale e vigoroso" come  viene definito da una scheda della casa editrice Sergio Bonelli. Dall'esordio con Tex, Vendetta indiana nel 1967, Ticci è diventato un punto di riferimento per i lettori che amano la dinamicità dei suoi personaggi (con un Tex fisicamente rinvigorito e un Kit Carson "svecchiato");  l'amore e la cura con cui riproduce gli scenari del West, i grandi spazi tra foreste, praterie, montagne, distese innevate del Nord e torridi canyon del Sud Ovest; l'abilità nel tratteggiare la fisionomia degli indiani; la maestria nel disegnare i cavalli. Ma, se è vero che Ticci è diventato uno dei più famosi e apprezzati disegnatori italiani soprattutto grazie a Tex, non può essere dimenticato "l'altro" Ticci, quello degli esordi nella leggendaria fucìna di talenti che era lo studio D'Ami, quello della collaborazione con Franco Bignotti (per Un ragazzo nel Far West), lo straordinario illustratore delle copertine della collana di romanzi I grandi western e poi il "Ticci americano", ammiratore di Milton Caniff e capace di esportare negli Stati Uniti la sua classe. Già, perché il disegnatore e illustratore senese (già, senese: non dimentichiamo che nel 1995 ha realizzato anche il drappellone di un Palio della sua amata Siena) è stato uno dei pochi autori italiani di fumetti ad aver conquistato l'America con le sue tavole, nel fecondo periodo del sodalizio con Giolitti, a partire dalla serie di Turok, Son of Stone. Un curriculum impossibile da sintetizzare in poche righe, un curriculum da grandissimo maestro del fumetto.

Roberto Davide Papini

 

 

 

ALBERT UDERZO

Per milioni di lettori il suo nome sarà sempre legato a quelli di Asterix ed Obelix, ai pugni scoppiettanti con cui si disfano a frotte dei legionari romani, alla sua straordinaria capacità di rendere leggibili le vicende del celebre villaggio gallico, piene di movimento, di personaggi e situazioni diverse. Ma Alberto Aleandro Uderzo, noto con il nome di Albert, è molto di più. Nato nel ’27 a Fismes, cittadina francese, dove erano emigrati i genitori italiani, si è rivelato prestissimo uno dei disegnatori più talentuosi e versatili della storia del fumetto. Ispirandosi ad uno dei nomi leggendari del fumetto francese, Edmond François Calvo, e ai fumetti e ai cartoni disneyani, Uderzo cominciò ad esercitare il suo stile fin da giovanissimo, spaziando dall’umorismo all’avventura. Abbiamo scritto “giovanissimo”, ma forse vale la pena specificare: i disegni di Albert tredicenne mostrano qualche ingenuità (e ci mancherebbe), ma sono già pienamente efficaci ed espressivi. A 18 anni la prima lettera di un editore che si dichiara seriamente interessato ai suoi progetti. Tra la sua maggiore età e Asterix passano quattordici anni, nel corso dei quali crea innumerevoli personaggi disegnati con stili completamente diversi: Bill Blanchart, la famiglia Cokalane, Tanguy e Laverdure, Umpa-pà, dimostrano che Uderzo è magnificamente capace di tutto, non solo di ciò che sappiamo bene attraverso Asterix, ma anche, ad esempio, dell’avventura e della suspense. Poi arriva il giorno fatidico, il 29 ottobre del 1959, in cui esce Pilote e questo piccolo gallo, figlio della collaborazione con il grande René Goscinny. Da allora il lavoro di Uderzo sarà soprattutto dedicato al più grande successo del fumetto europeo, al meraviglioso Asterix che, dopo aver resistito per 44 alle truppe di Cesare, si avvia alla conquista di Romics!

Luca Raffaelli

 

 

 

ROBIN WOOD

Quale sia il grande segreto di Robin Wood è difficile dire: forse una vita molto avventurosa che gli ha offerto innumerevoli spunti per creare i suoi mondi, forse una curiosità che lo spinge a guardare, a cercare continuamente tra le persone e le cose che incontra, forse la capacità di scrivere le sue sceneggiature in qualsiasi luogo e condizione, ma meglio di tutto su un qualsiasi mezzo di locomozione in qualunque parte del mondo, fatto sta che da quasi quarant’anni è un creatore inesauribile di personaggi e avventure. Le sue scarne note biografiche dicono che è nato in una località del Paraguay nel ’44 e che è approdato al fumetto a ventun anni, cercando di disegnare prima di rinunciare e dedicarsi alla sola scrittura. Della sua vita poi non si sa molto, e quasi tutte le enciclopedie del fumetto fino a qualche anno fa non riportavano nemmeno la sua voce, perché si pensava che il suo non fosse altro che lo pseudonimo usato da un gruppo di sceneggiatori. Troppi erano infatti i personaggi che firmava, soprattutto sui settimanali dell’Eura, Lanciostory e Skorpio: a cominciare da Nippur, e poi Savarese, Gilgamesh, Helena, Kevin, Mojado, Kozakovich & Connors, Morgan, con stili differentemente avventurosi, e poi anche il comicissimo Pepe Sanchez. Ma questi sono solo alcuni dei nomi di una lista lunghissima nella quale non abbiamo inserito il suo più grande successo: quel Dago (creato con Alberto Salinas) che l’anno scorso è stato festeggiato a Romics con la presenza del suo più giovane disegnatore, il già grande Carlos Gomez. Con Wood Romics premia un grande del fumetto, che ha saputo utilizzare le regole del fumetto popolare per creare grandi epopee e personaggi di grande fascino, autorevoli ma sempre consumati dal dubbio e spesso malati di struggente malinconia.

Luca Raffaelli

Romics 2013 due edizioni

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