-

Io vado in onda e tu?

Accesso utente

Tu sei qui

Home » Archivio » 2009

ROMICS D'ORO: GALLIENO FERRI, ALIAS FERGAL, DA MASKAR A ZAGOR. MASSIMO MATTIOLI.

Nascere a Genova nel tramonto degli anni ’20 comportava probabilmente un destino avventuroso. Così, comunque, è stato per Gallieno Ferri, genovese con una spiccata vocazione alla visionarietà, diplomato geometra e poi diventato un maestro del fumetto, che nel 2001 confessava in un’intervista (citata nel prezioso volume di Graziano Freudiani, i mille mondi di Zagor, pubblicato da Sergio Bonelli): “Ho sempre avuto uno spirito avventuroso e l’ho dato a Zagor”. Già, siamo abituati a collegare Ferri a Zagor, o meglio Za-gor-te-nay, lo “spirito con la scure” della foresta di Darkwood, luogo immaginario inventato da Guido Nolitta, che ormai tutti sanno essere lo pseudonimo del Sergio Bonelli creativo. Più che una delle tante “terre di mezzo”, tuttavia, Darkwood – intuizione geniale sin dal nome, che sintetizza l’originaria produttività mitica della foresta e l’oscurità dell’inconscio – deve essere considerata come una vera e propria enciclopedia dell’immaginazione collettiva, uno spazio in cui si concentrano in ardite architetture visive le più eterogenee sostanze della fantasia. Ed è vero che Gallieno Ferri è stato il grande inventore del canone figurativo di Zagor, di questo esploratore delle frontiere tra un genere e l’altro, rendendolo uno dei personaggi che racchiudono in sé la memoria storica e la stessa identità italiana. Ma è anche vero che il maestro genovese ha fatto altro, fin da giovanissimo, quando vinse una selezione dell’editore Giovanni De Leo per disegnatori di fumetto. A nemmeno vent’anni, Ferri si firma Fergal e illustra le prime serie (Il Fantasma Verde e Piuma Rossa), prima di passare ad un fumetto forse poco ricordato ma molto amato da chi ebbe la fortuna di goderne, quel Maskar fosco e brutale, dall’animo modernamente noir sebbene scaturito dalla stessa pletora dei vendicatori da feuilleton che aveva ispirato personaggi come l’Uomo Mascherato (The Phantom) o il francese Fantax (che lo stesso Ferri ebbe per un po’ a realizzare), spettrali concrezioni di un conflitto sociale che si rendeva visibile soprattutto attraverso le figurazioni simboliche dell’immaginario popolare.

Nel passaggio tra gli anni del dopoguerra e i ’50, Ferri lavora per il mercato francese con le serie western Tom Tom e Thunder Jack. Sono tempi eroici e disordinati per il fumetto italiano, una vera età espansiva fatta di molta energia creativa, del bisogno di individuare un pubblico nuovo attraverso l’adesione all’immaginario internazionale che impattava sulla società italiana emersa dalla guerra, dal ventennio fascista e dai suoi miti autarchici. Sono gli anni di Tex, dei Disney italiani, in breve dell’età d’oro del nostro fumetto,  che ha scandito l’esperienza del tardo novecento e la quotidianità delle nostre esistenze. Di quell’età e di quella storia, Gallieno Ferri è sicuramente uno dei protagonisti più grandi.

Sergio Brancato

 

MASSIMO MATTIOLI

Mattioli non fa fumetti, ma cinema. Tuttavia non è il cinema nato con i Lumière, ma con Edison. Il grande inventore non diede vita al cinematografo, ma al cinetoscopio: una macchina non adatta ai molti spettatori riuniti nelle sale, ma allo sguardo del singolo. Occorreva infilare qualche spicciolo nella fessura della macchina e poi posare l’occhio sul buchino dell’attrezzo: un piccolo film di qualche minuto partiva sorprendendo il consumatore, in genere una breve comica o un filmetto scollacciato. Oggi il cinetoscopio si può vedere solo nei musei del cinema e i Lumière, dopo aver vinto nella storia economica dei media, sono ovunque ricordati come i veri inventori della “magnifica ossessione”. I fulminanti lavori di Mattioli danno invece ragione a Edison: sarebbe stato possibile un altro cinema, delicato sino al candore e violento come una strage seriale, a disposizione di un solo fruitore. E Mattioli porta, sulla carta dei comics, una rivoluzione cinetoscopica: con estrema coerenza estetica, attraversa ambienti sideralmente lontani l’uno dall’altro – come le pagine del Giornalino venduto anche nelle chiese e quelle del cattivissimo Cannibale e del gelido Frigidaire, entrambi partoriti alleandosi con Tamburini, Scozzari, Liberatore e Pazienza – rendendoli magicamente compatibili. Mattioli vede il mondo popolato di pupazzi, insiema più morbidi e dolci di quelli di Walt Disney e più feroci e spietati dei personaggi Warner Bros. Li rende brillanti con colori esagerati, li piega a ogni espressione enfatica, li fa innamorare o odiare disegnando occhi a cuoricino o distruggendo nasi nei frullatori. Come fa? Soffia su ogni tavola uno humor potente, anch’esso purtroppo minoritario nel nostro pianeta: è il vento del delirio e dell’impossibile, dove riecheggiano le gesta di Fritz il Gatto e di Animal House, dove accade che un piccolo cactus canti a squarciagola canzoni insopportabili e dove il Flash Gordon del cinetoscopio, tale Joe Galaxy, rischia la vita solo per il gusto di accendere una sigaretta a un mostro a sei braccia venuto da chissà dove. Rispettando la scansione del formato breve, talvola brevissimo, e che tuttavia – semplicemente girando pagina, l’equivalente di inserire la moneta nel cinetoscopio – fa ricominciare la sua giostra e le sue storie. Veleggiando verso la distorsione sensoriale e la dissociazione tra macchine spettacolari e masse, Mattioli ricrea un mondo a dimensione di un cervello estremista, quello che consente di dimenticare che ha vinto il cinematografo e che ridisegna nei neuroni dello spettatore l’estasi e l’atrocità dell’unica mente umana cui non si può rimproverare la follia: quella dei bambini. Dolcissimi e cattivissimi e, soprattutto, per sempre.

Stefano Cristante

Romics 2013 due edizioni

APP ROMICS

A mano libera

Su la maschera

by Telecom Italia